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Venicemarathon 2004 PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
mercoledì 09 gennaio 2008 12:55
... camminando sull'acqua ...

La stazione di Mogliano Veneto alle 6 di mattina ospitava 6 maratoneti certi e un almeno un paio di sospetti.
Era buio e tutti avevano poca voglia di parlare, ma si intuiva dai volti tesi che tutti aspettavano e temevano, spaventati ed impazienti.

Dopo 10 minuti di treno arriviamo in stazione a Mestre dove aspettiamo il bus navetta. Il gruppo si infoltisce. Circa la meta' di noi fa parte di un gruppo e chiacchera. L'altra meta' e' sola e silenziosa, infreddolita. Molto interessante incrociare questi sguardi. Hanno una tutti una sfumatura di insicurezza del tipo "oddio, che cazzata sto per fare", oppure "avevano ragione i miei amici a dire che sono pazzo". Mi sembra di riconoscere in quegli sguardi i pensieri che talvolta faccio anch'io. Sembra di essere l'unico dilettante in mezzo a professionisti e atleti navigati. Poi, in corsa, ti accorgi di lasciare dietro molti, all'apparenza esperti.
Trovo posto in un autobus arancio, rimango in piedi per 40 minuti fino a Mira.

Alla partenza c'e' gia' molta gente. Mi cambio con calma, mangio, faccio stretching. Chiudono le gabbie 30 minuti prima della partenza. L'elicottero della tv passa ripetutamente, la gente urla e saluta. E' sempre una festa, ma meno, molto meno che a Treviso. Vedo parecchi stranieri. Tra di essi una nonna spagnola sicuramente ultra-settantenne. Magrissima, piccolissima e coi capelli grigi. Avrei voluto ritrarla: lo specchio della fatica.
Alle 9.20 si parte. Cioe', partono i primi. Dopo due minuti passo la linea di partenza. I momenti iniziali sono molto confusi. Il ritmo lo fa la fiumana. Non ci si puo' permettere di rallentare o accelerare piu' di tanto. Quasi tutti si fermano per far pipi', molti anche qualcos'altro. La gente e' generosa e incita: "dai che manca poco!"
Al km 5 un'osteria offre salame e vino. Pochi pero' si fermano, almeno fino al mio gruppo. Cerco di seguire due indigene, che fanno la mia stessa andatura. Ricordo il nome solo di una di loro: Laura. Talvolta le perdo di vista, poi le recupero, poi le stacco e mi recuperano. Il tutto molto lentamente.

Verso il km 10 decido che e' giunto il mio momento. Non voglio arrivare al centro di Mestre e dover fare la pipi' davanti alla folla. E' incredibile quanto si perda in una sosta di 30 secondi. Rivedo facce che avevo superato molto tempo prima, checredevo di aver staccato di molto. C'e' un po' di sconforto, non sono ancora abituato alle lughissime distanze. Ho perso le due mestrine. In compenso una bella giapponese attira la mia attenzione. Il volto e i lineamenti orientali sono davvero molto affascinanti. Parla anche un po' di Italiano. Dopo un sottopassaggio non regge il ritmo e la stacco. Brivi! Un gruppetto lungo la strada suona "Once", dei Pearl Jam. Bellissimo. E' uno di quei momenti che sembra ci sia una regia occulta che faccia qualcosa aposta per me. Mi tornano le forze e la grinta. Mi viene voglia di saltare.
E' una sensazione bellissima.
Pensando alla casualita con cui e' avvenuto tutto cio' ho l'impressione di trovarmi tra veri amici, con i miei stessi gusti, gli stessi interessi, la stessa voglia di sentir scorrere l'adrenalina. Peccato non potermi fermare. Marghera: mezza maratona. Sono 50 metri davanti il pacer delle 3 ore e 45. Ottimo. Perdo i 50 metri al rifornimento. Alle porte di Mestre ... ritrovo le due mestrine! Credevo fossero molto piu' avanti. Laura fa l'elastico. Si stacca anche 100 m dalla sua amica, poi recupera. Si tengono sempre in contatto chiamandosi a gran voce. E' quasi commovente la determinazione delle due. Si fanno coraggio l'una con l'altra chiamandosi e incitandosi. Mi sento le ali ai piedi, le supero convinto di rivederle solo al traguardo (non per presunzione, ma perche' mi sembrano veramente molto stanche).
A Mestre si percorre un paio di km in doppio senso su un ampio viale. Rivedo la giapponesina, molto lontana. Comincio a sentire la fatica.
Perdo contatto con il pacer e con le mestrine, che mi superano appaiate. Sembrano aver recuperato benissimo il momento di crisi che ora colpisce me. Non ho la forza per star loro dietro e chiedere come va'. Non le rivedro' piu'. Mi hanno fregato. Respect!
Sembra incredibile, ma la crisi del 30esimo km e' veramente puntuale. Cammino per qualche tratto, recupero un po', ma stavolta, a differenza di Treviso, non riesco a superarla. Ho osato troppo in precedenza, non ho le energie per riattivare il cervello e le gambe.
Ponte della Liberta'!!
Sento l'aria salmastra del mare e "Like a rollig stone" di Bob Dylan. Provo una sensazione simile alla precedente, con i Pearl Jam.
Sul ponte della liberta' (a cavallo del 35esimo km) sono veramente a pezzi. Incontro piu' volte la giapponesina, che mi supera e poi si ferma a fare stretching. Con un italiano comprensibile, soprattutto in un' occasione come questa, mi dice che ha le gambe un po' dure ma che ha ancora da spendere. Infatti mi stacchera' pure lei.
Canale della Giudecca. Si corre in un marciapiedi di due metri, con l'acqua che affiora da un lato. Bellissimo correre in questo palcoscenico. Peccato non essere arrivato piu' lucido. Si attraversa il canal Grande su un ponte di barche, poco stabile, ma molto affascinante. Dopo aver "camminato sulle acque" cominciano i ponti. Sono una vera tortura. Sono tredici, ma sembrano infiniti. Perdo il conto un paio di volte e quando capisco che ne mancano piu' di quanti me ne aspettavo mi sembra che crolli il mondo. Poi ... piazza San Marco, col campanile. Fantastico! Lontano, il traguardo, ma si avvicina ... lo speaker urla il conto alla rovescia per le quattro ore, non ho le forze per accelerare ... ma chi se ne frega ... per 20 secondi di ritardo ...
Passo.
E' finita.
Una giovane scout mi mette al collo una medaglia, la piu' brutta tra quelle che ho conquistato fino ad ora, ma la piu' prestigiosa. Ritiro il rifornimento e la sacca dei miei indumenti. Mi siedo e mangio. Casualmente noto che il tallone della scarpa destra e' rosso. Mi sono tagliato con dei maledetti calzini troppo corti. Dopo aver mangiato passo in infermeria per la medicazione. Vedo parecchi anziani che chiedono di farsi misurare la pressione e parecchi giovani stesi con una flebo infilata nel braccio. Tutto cio' e' molto lontano dalla festa in cui sono stato fin'ora. Fa un po' tristezza.
Mi stendo vicino ad un ponte ad un metro dal mare. Riposo un po' e mi guardo attorno. Trovo un messaggio sul cellulare: il Gatto, alle 10.35. Mi immagino la scena.
Si sveglia, accende la tv per far colazione e su rai 3 vede 6000 pazzi che corrono per Venezia. Ristabilisce qualche connessione celebrale, ricorda qualcosa ... prende il telefono e ci scrive "VAI! VAI! VAI! ...". Troppo grande il Gatto.

Quando sto per alzarmi per prendere il traghetto vedo Andrea, un amico che faceva il dottorato quando ero in tesi. Avevo avuto modo di collaborare con lui. Non lo vedevo da 2 anni almeno. Pazzesco! Anche lui aveva cominciato a correre quest'anno.

Tra 6000 sconosciuti che vogliono solo arrivare il piu' presto possibile a Venezia mi sono sentito come tra vecchi amici, mi sono sentito nudo, con niente da dimostrare, nessuna posa da tenere, nessun ruolo da rispettare, nessun falso sorriso da stamparsi in faccia, niente da chiedere, perche' tutto cio che mi serviva lo trovavo per strada. Ho sentito la musica che piu' mi piace, che non si ascolta mai nei locali, ho visto ragazze bellissime senza un filo di trucco, ragazzi affaticati che non volevano arrendersi. Non si corre l'uno contro l'altro. Tutti insieme si spinge questo carrozzone per portarlo a Venezia. Mi sono sentito parte del mare, svuotato della mia individualita', senza sentirmi per questo limitato nelle mie ambizioni. Per il semplice motivo che tutto quello che volevo, una sola, semplice, cosa era tutto cio' che volevano anche tutti gli altri 6000 miei amici: correre sul mare a Venezia.

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 09 gennaio 2008 13:31 )
 

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