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04 | 09 | 2010
Trevisomarathon 2009: dica trentatrè PDF Stampa E-mail
Scritto da Abro   
martedì 31 marzo 2009 15:08

Al prato della fiera gli autobus navetta sono disposti a semicerchio con i fari accesi, avvolti da cappannelli brulicanti. A prima vista sembrano i mercatini di Natale di Marketplatz a Norimberga. Il clima, d'altra parte, contribuisce all'ambientazione da foresta nera teutonica: piove a dirotto dal cambio dell'ora.

Stretto nella Meriva mi metto lo zainetto alle spalle e accendo il lettore mp3. [A proposito, che rabbia 'sti giovinastri d'oggi che chiamano i-pod qualunque in cui non si riesce ad infilare un disco e fa musica]. M'incellophano con il poncho. Tento l'uscita ma appeno metto un piede fuori penso "Non mi ricordavo che Yellow avesse questo cicalìo nel ritornello". Torno dentro, spengo gli anabbaglianti e immediatamente i Coldplay smettono di fare bip-bip.
La playlist è la stessa dall'agosto 2005, dalla cammellata in Corsica. Dopo di allora l'ho usata solo in occasioni in cui era necessaria una speciale ispirazione emotiva.
 
Lungo l'autostrada osservo distrattamente le numerose cave che un po' alla volta son diventate lago, poi pesca sportiva, poi ristoranti vista lago, poi area verde con percorso vita. L'evoluzione del ripristino ambientale. La mia mente, tuttavia, si lascia guidare negli immensi spazi che dividono i Pearl Jam da Rino Gaetano, Iggy Pop dai T.A.R.M.
Dopo aver ascoltato "Cambio", "In ogni atomo", "Le mie bambole" mi chiedo cosa mai sarà successo ai Negrita per ridursi allo stato attuale ... troppi viaggi in sudamerica?
 
Arriviamo verso le sette. Vittorio Veneto, ancora sotto le coperte, ci accoglie girandosi dall'altra parte. Un volontario della protezione civile ancora assonnato guarda l'autobus che cerca di parcheggiare. Aspira lentamente la sigaretta, si gira verso un collega e senza muove un dito proclama "Eco, i scuminsia a rivàr". Il collega accoglie il proclama di inizio della Trevisomarathon 2009 con la stessa flemma, solo quasi con un po' più di reassegnazione.
Siamo a circa un km dalla zona partenza, scendiamo dall'autobus. Comincia una silenziosa e timida gara verso i bagni. Nessuno sa di preciso dove sono, quindi si accelera il passo tenendo gli occhi aperti e cercando di marcare gli avversari. Ogni cenno di soddisfazione viene interpretato come un avvistamento e provoca il cambio di direzione dello stormo di atleti.
 
La soddisfazione che si ha quando si entra in un bagno chimico non ancora usato, ancora pregno dell'odore di arma di disinfestazione di massa, val bene la levataccia. In più, mi è sempre piaciuto osservare le città e i paesi quando cominciano a mettersi in moto.
I due bar che ho intravisto in questa breve passeggiata stavano accatastando le tazzine per il caffè. Come soldati al fronte, preparavano le munizioni, aspettando il momento dell'attacco.
Il the caldo non è ancora pronto e continua a piovere. Un prete prepara un altare improvvisato sotto la tettoia di quei comunisti della Coop. Quest'anno, per giustificare l'aumento del prezzo dell'iscrizione nel pacco gara è stata inserita anche la Messa. Funerale preventivo o mistica invocazione di protezione e salvezza?
Il prete è di colore e con un senso dell'umorismo che si può avvere solo svegliandosi alle 4 del mattino, penso "pure il prete è Keniano?".
 
Scendo nei parcheggi sotterranei della Coop, dove non tira vento e non soffia la bufera. Anzi ci sono un sacco di sedie vuote che mispettano. Me ne impossesso di una mettendogli al fianco lo zaino. Passeggio, faccio un po' di streatching, tanto per far passare il tempo. Alle 8 comincio a spogliarmi. Lentamente, tanto lentamente che se in "9 settimane e mezzo" si fossero spogliati così lentamente avrebbero dovuto cambiare titolo.
L'ambiente comincia ad affollarsi e la cosa mi innervosisce. Tolgo le cuffie dalle orecchie ed esco. La messa è finita e il the è pronto. Mi scalo le mani e le labbra. Attendo sotto la tettoia, dove ritrovo dei colleghi. Dopo che si son cambiati, consegniamo le sacche, poi tutti nelle proprie gabbie. Il fatto di essere in ultima gabbia mi permette di stare quasi mezz'ora all'asciutto sotto il tetto di una abitazione. Non ci sono orari per la chiusura dell'ultima gabbia.

Comincia il conto alla rovescia. Non c'è molta voglia di scherzare in gruppo. Si smadonna allo speaker che non da il via e costringe a stare fermi al freddo. Partiamo in orario. Il primo km è piuttosto triste rispetto agli anni precedenti. Il poco pubblico presente sembra avere la voce arrugginita dalla pioggia.
Mi trovo intruppato per i primi 3-4 Km. Perdo 1'15" rispetto la velocità di crociera che vorrei tenere solamente nel primo km. Supero dopo poco i pacer delle 4h e 3h45'. Quello delle 3h30' non lo vedrò mai. E' difficile superare il gruppone di atleti attorno ai pacer. Decine di atleti vi si aggrappano come cozze ad uno scoglio.

Comincio a prendere il ritmo dal quarto, quando ormai siamo fuori di Vittorio Veneto e la strada si allarga. Salto il rifornimento del quinto km. Sto bene, la pioggia mi mantiene in temperatura, non ho fame ne sete. Comincio ad recuperare 5-10 secondi al km, anche se sento che non sarei in grado di aumentare ancora. Mi sforzo ad essere paziente. Comincio a sentire un fastidio all'esterno del polpaccio destro. Temendo i crampi mi impongo di bere al prossimo rifornimento, pur non avendo sete. Per fortuna non sento nessun fastidio al sottocoscia destro. Da qualche mese, in allenamento, accusavo dei dolori abbastanza fastidiosi. Forse erano collegati esclusivamente alle ripetute in velocità.
 
La maglia comincia ad assorbire l'acqua e si allunga, tanto che dopo metà gara mi trovo il pettorale che sbatte in zone un po' delicate. I pantaloncini, per quanto piccoli, diventano delle spugne e li sento fastidiosamente ballare tra le coscie.
Trovo una collega tedesca, che lavora a Londra. Scambio due parole e ne approfitto per diminuire il ritmo. Ho recuperato buona parte del ritardo e ora sono solo a +1 minuto rispetto alla tabella di marcia. Conversiamo tranquillamente, ma mi accorgo che per lei il ritmo è un po' troppo alto.
Arriva il 10cimo km, alle porte di Conegliano. Al rifornimento la perdo di vista. Prendo una bottiglietta d'acqua e mi bagno le labbra. Dopo un po' comincio a sentire una fitta al fegato. Forse non ho bisogno di bere, il fegato si ribella, ma non voglio correre il rischio di avere crampi.

Resto costantemente 5-10 secondi sotto 5 minuti al Km, e ai 20 Km ho solo 30" di ritardo. Prendo dei sali, un pezzo di banana e uno spicchio di arancia. Torna il dolore al fianco. Il fegato si ribella e stavolta mi fa male per più di un Km. In realtà non so dire con certezza quando passa. Semplicemente me ne dimentico per ricordarmene solamente quando mi ricomincia a dolere.
Passo per la rilevazione cronometrica della mezza maratona soddisfatto del mio 1h46'. Nonostante il tempo che si perde nel rifornimento continuo a mantenere circa un minuto di ritardo. Tra me e me conto di recuperarlo nello sprint degli ultimi Km.
 
Il passaggio sul Piave, da sembre segna l'inizio della vera gara. Il fiume è piuttosto gonfio d'acqua. Nonostante il brutto tempo c'è un po' di pubblico. Il suo incitamento, la salitina iniziale e la discesa invitante dopo il ponte di solito manda fuori giri un bel po' di gente, che dopo 20 Km abbastanza piatti accelera un po' troppo. Si incontra qualcuno che comincia a camminare o a rallentare vistosamente. A questo punto la strada, ampia e diritta si fa noiosa, e dopo l'euforia del Piave, tocca alla depressione. Arriva il 25esimo e di nuovo dopo aver bevuto un po' di sali il fegato protesta.

Purtoppo la pioggia ha tenuto lontano i gruppi musicali che ogni anno ravvivano le pigre domeniche mattina. Solo qualche celebre pezzo sparato da megafoni riparati dai nylon ogni tanto.
In questa seconda parte sento raffiche di vento, laterale o contrario che mi fanno venire qualche brivido di freddo. Prima di Conegliano, invece, una brezza più lieve mi spingeva alle spalle.
A Villorba, o giù di lì, una decina di Senegalesi (o giù di lì) cantano una allegra canzoncina in swahili, con strumenti tradizionali: vantaggi dell'unplugged. E' il ricordo più allegro e festoso che ho del pubblico di questa maratona.

Attendo con impazienza il momento della crisi. Più o meno al 26esimo mi accorgo di non recuperare più lo svantaggio. Mi sento molto stanco e la strada è ancora tanto lunga. Mi ripeto che tutto ciò è perfettamente normale, che prima o poi, come è venuto, passa. Infatti dopo due o tre Km sopra i 5 min/Km, al 30esimo scendo sotto. Al rifornimento però, due sorsi d'acqua mi provocano ancora una dolorosa fitta al fegato. Decido, a costo di finire coi crampi, di non bere più. Il dolore questa volta ci mette di più a passare. Quando la fatica annebbia il cervello i pensieri prendono sentieri strani. Avere 33 anni e trovarsi seminudi in balia delle interperie con un forte dolore al costato (dopo aver bevuto un amaro fiele) non è un buon presentimento ... Inoltre si avvicina il Km 33 ... oh mioddio! Ecco per chi era il funerale preventivo di stamattina!
 
Sembra tutto scritto, ma dopo 3 Km mi sento ... ehm ... resuscitato ... il dolore passa, ma ora comincio a contare i Km all'arrivo e sembra che non arrivino più. Comincio a pensare "mancano 5 Km, in allenamento me li bevo in 20 minuti", come se la fatica si potesse espiare a rate.
Al 35esimo prendo una bustina di zucchero mi faceva veramente gola. Me la verso un po' alla volta sotto la lingua per non rischiare di trovarmi la bocca impastata, visto che ho deciso di non bere niente.
Al 37esimo le gambe cominciano a cedere. Sento di avere ancora energia ma le gambe non ne vogliono sapere. Poco prima del 40esimo si passa nei pressi del traguardo. Sento le premiazioni, capisco che Gentilini sta premiando il secondo e che si tratta di un Kenyano. Non riesco a capire chi ha vinto, però poco dopo sento l'inno nazionale. E' fantastico avvicinarsi al traguardo con l'inno nazionale. Sembra di essere balzati dall'altra parte del televisore, con addosso migliaia di occhi commossi della prestazione.
 
Il cronometro dice che ho coperto gli ultimi 2 Km ben oltre i 6 min/Km. Eppure mi sembrava di aver continuato a tirare. Dopo aver girato per Borgo Mazzini, con porta San Tommaso davanti agli occhi, torna un po' di energia. Solo dopo l'ultima curva allungo e vado a recuperare un paio di posizioni, tanto per avere la soddisfazione di tagliare il traguardo senza fiato. Alzo gli occhi e il tempo ufficiale che dice 3 e 33. Tre e trentatre? Altro che funerale preventivo e presentimenti di carattere mistico! E' il mio personale, 25 minuti meglio del mio miglior tempo di due anni fa!

Getto una rapida occhiata intorno, tanto per vedere se c'è moglie e figlia. Spero vivamente di no, c'è un tempaccio! Perfino le tribune sono deserte. In compenso gli spogliatoi sono talmente affollati che si fatica ad entrare. Ci arrivo dopo aver vinto la lotteria della consegna sacche. Dei ragazzini cercavano a caso fino che ad un certo punto uno ha gridato il mio numero. Gli spogliatoi maschili hanno l'aspetto da lager. Per metà sono allagati per l'altra metà sono sovraffollati. Trovo il mio mezzo metro quadro in una pozzanghera con del ghiaino che permette di restare a galla. Lo dichiaro territorio di mia esclusiva propietà gettando il foglio di plastica col quale mi sono coperto all'arrivo. Riesco così ad appoggiare lo zaino, anche se resto con in piedi in acqua. Non potrò cambiarmi calzini e scarpe. Poco male, mi sarei bagnato comunque.
 
Arrivare così presto ha i suoi vantaggi. Per esempio quello di dimezzare la coda per mangiare. Anche avere come sponsor il "Gran Suino Padano", invece che la "Banca di Treviso" (con tutto il rispetto) è di gran lunga vantaggioso. Un buon secondo di maiale alla griglia invece di una carta revolver in omaggio da caricare. Vuoi mettere?
Tanto per non perdere il vizio, pranzo con i piedi nelle pozzanghere. Gli unici posti liberi sono quelli allagati. La pasta, però, è al dente e il maiale (wurstel e spiedino ai peperoni) sono magri e freschi. Mangio di gusto. Sarà che di acqua ne ho avuta abbastanza, ma continuo a non bere.
Fatto il periplo dello stadio, vedo la navetta che mi dovrebbe portare in zona fiera stipata di gente aggrappata alle porte. Quasi quasi me la faccio a piedi, tanto, km più km meno ...
 
La gente poi pensa che la parte più difficile sia correre per 42 Km. Oltre a questo, però, bisogna alzarsi ben prima dell'alba, andare alla partenza con qualche mezzo, spesso affollato, servirsi di bagni in cui non porteresti neanche il tuo cane, restare per decine di minuti nudo al freddo e alla pioggia, arrivare e dover fare la fila per consegnare il chip, per avere una bottiglia d'acqua, farsi spazio tra la folla assiepata lungo i banconi dove viene distribuito lo yogurt, aspettare in piedi al freddo che qualcuno ti degni di portarti la borsa dove hai i vestiti, poi cercare un minimo di spazio per cambiarti in uno spogliatoio affollatissimo, fare una bella coda in piedi per prendere un po' di pasta che mangerai quando ormai è fredda, visto che bisogna cercare un posticino a sedere, poi trovare un modo per tornare alla macchina più sano di come hai terminato la maratona.
 
Poi però torno a casa, e prima di qualsiasi altra cosa, prendo il pettorale (zozzo) e lo metto nel raccoglitore assieme agli altri, ai quali regalo rapida occhiata. Prima di rimetterli via faccio un po' di posto per il prossimo.

 

I tempi:

 

 Km

 Ufficiale

 Reale

 Media

(min/Km)

Ore

 Min

 Sec

 Ore

 Min

 Sec

 Min

Sec

 10000 0 53 50 0 5222
5
14
 21097 1 47 53 146
24
 452
 40000 3 1949
3
18
20
 452
 42195 3 33 51 332
22
 623
Ultimo aggiornamento ( giovedì 02 aprile 2009 14:59 )
 

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