Home -> Scripta -> Racconti -> * i l g a t t o m a r i a n o *
19 | 05 | 2012
* i l g a t t o m a r i a n o * PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
martedì 29 gennaio 2008 12:38
* i l g a t t o m a r i a n o *
tre giorni e due notti, in Bologna e poco fuori
Personaggi di punta:
il gatto mariano è lungo affusolato, ha la pelliccia soffice tutta bianca salvo rossicce: la coda
lunghissima da scimmia (capace attorcigliarla), alcune areole intorno alle orecchie; pure gli occhi
cerchi spalancati e gli zigomi sporgenti sono scimmieschi, come la sua curiosità pa-ra-dig-ma-tica
il Procione, opinionista linguacciuto e macchiettaro
Tintine
Riziomau, composto capriccioso
Jean, dicono di lui: invadente e importuno, viscido, pesante, cacciaballe; ma ha la videocamera
Warren, l’uomo inserito nel Commerciale
Gina, la donna del Warren
Lina, sorella di Gina
Colei, troppo slanciata per i più
- Certo che tu per i denti hai proprio la fissa..
- Sono uno dei miei difetti più cari. Pensa, quanto noiosa sarebbe la vita se non avessimo nulla da
migliorare? Guai.
- Sai dovresti proprio scriverti giù questi aforismi che ti vengono. (Non dice sul serio)
- Secondo me il gatto mariano ti si è piazzato in testa, continuerà a tornarti in mente.
- Eh, via, che ti devo dire: domani è un altro giorno..
- Guardi, se alla domanda ‘tempo di preavviso?’ ho risposto due settimane, è perché so che in quel
tempo sono in grado di trovare un posto qui a Bologna.
Come per studiare a Padova mi sono trasferito a Padova, lo stesso farò per lavorare qui.

- … con questo suo problema della logistica …
I.
Mi scusi, la prossima è Castelfranco?
Dunque.. penso di sì.. salvo che alle volte il treno fa sosta alla stazioncina di Fanzolo, ma alla sera non penso proprio..
Allora la prossima non è Camposanpiero?
No no no, Camposampiero no, semmai Fanzolo..
Allora la prossima è Castelfranco?
Sì la prossima è Castelfranco.
Sono seduto nel treno del ritorno, con le ginocchia che toccano il sedile di fronte perché queste
carrozze sono antiche, sotto la vernice nuova blu, e i sedili nuovi blu li hanno piantati dove stavano
quelli smessi. Diceva la signora qui seduta davanti a me che un tempo, vent’anni fa, c’erano
panchine di legno; mi ha raccontato anche di venire da Rimini dove gli alberghi tengono ancora
aperto per ospitare convegni, i negozi sono tuttora aperti la domenica (o solo la domenica mattina?),
c’è gente per strada, “non poca come a Belluno tutto l’anno, ma certo un’altra cosa dall’estate..”;
teneva un libro Teorema chiuso sulle ginocchia, io già avevo estratto il mio dalla ventiquattr’ore e
cercato il segno, ma questa donna da Rimini se ne usciva a intervalli regolari con frasi di
circostanza a cui cortesia non poteva togliere risposte di cortesìa; ha movimentato il personale del
treno per la faccenda dell’aria fredda che sale da sotto le gambe, un ometto baffi e capelli bianchi
che l’ha presa in simpatia e ci teneva a fare una buona figura, e un quarantenne stempiato con poco
mento, impermeabile con il logo e la testa altrove. Era sembrato a tutti e quattro che il soffio fosse
cessato, ma proprio quando le uscite della signora si erano rarefatte abbastanza da lasciarmi
prendere concentrazione nella lettura, ella parte in perlustrazione per la carrozza attigua (“c’ho
freddo, io”), ritorna, mi fa aiutarla a scenderle la valigia (“Signora, posso mettergliela su?”, “Mmm..
dove scende lei?”, “Feltre”, “D’accordo, se poi me la rimette giù, eheheh..”, “Ma certo che sì, si
figuri, quel servizio fa parte del pacchetto”) e tutta intabarrata nel pastrano rosso se ne parte. Lì
una brunetta che secondo me ha la febbre, affogata in una giacca piumino bianca con berretto di
lana e sciarpa rosa, di là dei sedili davanti a me un signore meridionale che, scoprirò, si sta
chiedendo se la prossima stazione è Castelfranco, dietro a sinistra un tipo con un’alopecia trionfante
ma simpatica e la ragazza in paltò dai capelli rossi tinti e gli occhiali rossi rettangolari che salendo
avevo deciso di seguire fino in questo vagone. Due neon su tre non hanno voluto accendersi,
proprio i due più vicini, c’è una penombra dimessa da fine di un film triste.
Su una cosa la signora aveva ragiona, la porta alle sue spalle sta bene chiusa, e tre volte ho fatto i
tre passi per darle il colpetto decisivo. Alla seconda, passando appresso al signore meridionale, s’è
alzato in piedi e abbiamo discusso del suo cruccio. Se n’è poi uscito con tanto di borsone, oltre la
mia visuale, sedendosi penso in parte alle porte scorrevoli.
Si ferma il treno, vedo che la stazione è Camposanpiero, mi scuso mentalmente con il signore; che
però fino alla fermata giusta sceglierà di restare di là.
II.
La scena del supermercato. Venendo dalla stazione, io con la ventiquattr’ore e il Procione
spingendo la bici con la mia borsa molle Samsonite ancorata al manubrio, a una fermata dell’autobus
troviamo persona nota al mio ospite: una ragazza alta, una spanna meno di me, con i capelli raccolti
a coda raccolta a sua volta su se stessa, un viso dagli occhi quasi a mandorla il naso a pallina e la
bocca piccola – assomiglia nei tratti al Tintin del cartone. Vestita in una tuta da ginnastica di tessuto
sottile e un poco elastico, un personale tonico e un culetto molto tonico. Mani curate ma non
vistose. Gatto mariano, ti presento …: Tintine per te lettore. Qualcosa è stato oliato, si scambiano
due parole che non capisco e s’incammina con noi raccontandoci, ma proprio raccontando a
entrambi - come ci avesse conosciuti a tutt’e due quasi lo stesso giorno, di quant’è insulso Se mi
lasci ti cancello. Mi stupisco, ne avevo letto bene, mi pronuncio, e si avvia una chiacchierata su film,
e studenti ed esami del DAMS (“pensa, hanno questo esame di base in cui il programma consiste
nell’aver visto 30 film, e la prova nel riconoscere uno dei 30 da uno spezzone di un minuto”, “si
racconta di una tipa che, interrogata su una scena di un film in cui figura un tipo con un giornale in
cirillico, toppa in pieno sulla nazionalità del film e con assidua nonchalance si giustifica adducendo
di non essere tenuta a conoscere quell’alfabeto lì”). C’era, di oliato, che costei è compagna di
appartamento del Procione, una delle due per un totale di tre, l’unica con cui egli mi aveva spiegato
di parlare ancora; le aveva parlato di me e del mio arrivo.
Supermercato di medie dimensioni: ci fermiamo per spesa? Ore 11:40, il mio impegno incalza.
Tintine ha un smorfietta poco convinta, entriamo. Carrello: ventiquattr’ore dentro, in verticale su un
fianco, borsone di traverso. Gli acquisti occorre proprio infilarli con garbo nel pertugio fra le due.
Siamo al banco servito in attesa con il numerello 12, per il prosciutto e quant’altro. La giacca in pile
è ormai di troppo, mentre: la levo la ripiego scorro la zip del borsone la accomodo all’interno, sento
dietro, alle casse, gente che discute a voce molto alta. A Bologna la gente comunica parecchio, ma
più di una volte su due è per rintuzzarsi.
III.
Mi rigiravo perché cercavo di voltarmi senza trascinare sotto me la cerniera del sacco a pelo. Il
materasso non sapeva di niente e nei momenti di coscienza un po’ me ne stupivo: con le macchie di
ruggine per la rete, tutti gli amici del Procione che avevano certo dovuto venire ospiti – e ogni volta
una notte schiacciato su quel pavimento, a guardarlo aveva un sapore sgradevole. In canottiera
abbracciato al cuscino il Procione mi sovrasta, più alto della rete con zampe di ferro e di un
materasso spesso due volte il mio. Qualcosa sulla calorosa ospitalità rumena, che lascio sfuggire.
Dorme o fa finta? Visto che mi rigiro, al suo posto non volendo scambiare parole terrei gli occhi
chiusi muovendomi a tratti per chiedere tranquillità: come fa lui. Si è appena aggiustato, quel tanto
da schermarsi viso e busto col cuscino. Finge o no, vedo che resterà a letto un altro paio di ore.
Entra luce a giorno ma “Meglio avere caldo che freddo, te lo dico io”, la finestra è chiusa e c’è il
diritto dell’ospite (quello che ospita). Porta aperta, porta del pensatoio aperta, porta pensatoio
chiusa. Silenzio un paio di minuti. Poi porta pensatoio aperta, piccolo intervallo, porta pensatoio
richiusa. Fa pensare che la prima porta fosse quella di Tintine, e due persone si siano alternate in
bagno. “Sarà andata a cena con il moroso”, lì il Procione aveva chiarito. Porta della cucina, rumore
delle bottiglie vuote insacchettate. “Accidenti le bottiglie”, e mi sollevo. Testa, stomaco, mani
(tremano). Testa stomaco. Testa stomaco. Stomaco testa ansia. Indosso pantaloni #2, maglietta
intimo nera a V, sposto ostacoli vari e scrocco le pantofole dei Simpson: in tessuto liscio ripieno
blu, rigonfie così occorre proprio premere per infilare i piedi nelle fessure e si sta caldi. Con
l’asciugamano sulla nuca e la trousse-astuccio del secondo anno, debutto nel corridoio. Debutto
pure con la testa in cucina, lei sta lì seduta al tavolo al posto del Procione. Ha una maglietta da
atleta fatta a tubo con le spalline lunghe e sottili, un altro paio di pantaloni sottili (più sottili) ed
elastici. I capelli sciolti! Rosa, bianco e pelle liscia un poco brunita, con quel neo sull’orecchio
destro che vedo anche se è troppo distante e girata dalla parte sbagliata. “Buongiorno”, “ciao..”,
dico qualcosa che occorre dire a proposito del portare via le bottiglie, richiudo senza formalità e mi
introduco nel pensatoio. C’è uno spray autoabbronzante tra tutti gli altri flaconi sopra lo specchio,
chissà se ci si spruzza lei?
IV.
“Ma che bei fiori, cosa sono?” e ci tuffo il naso. Jean tituba, “mah, non hanno profumo..”, Jean si
consulta con Riziomau e Procione davanti, “dico che secondo me sono primule” chiudo, con un
sorriso smagliante a Jean e un colpetto di lato della testa. Poi ritorno a ginocchia rigorosamente
riunite, appoggiate allo schienale di Riziomau, e mani in grembo. Soddisfatti ragazzi? Jean:
“Speriamo ci siano ragazze, stasera, e di avvicinarne qualcuna!”; Riziomau: “Che dici tu, gatto
mariano?”; io: “Beh, siamo tutti alla ricerca dell’anima ‘gemella’, diciamo” detto aprendo un po’
troppo la bocca; sorriso guardando avanti attraverso il poggiatesta di Riziomau, nel parabrezza
sbiadito dalla pioggia; mi stringo nelle spalle. Jean è vestito semielegante, ha una pelle ancora un
poco in subbuglio giovanile, occhiali sottili neri da liceale e un’abbondanza di capelli neri opachi
semilunghi e compattati a mo’ di spazzolone. Tipo giovane fisico, ma mi hanno detto sia aspirante
statistico. Racconta del suo lavoro nella selezione modelle, che lo ha portato in Lituania e altrove.
M’atteggio, scruto dal mio finestrino, a volte mi volto e lo osservo mentre parla (sempre; ginocchia
unite, mani in grembo), sorridendogli se mi butta l’occhio. A destinazione, scesi, prendo
sottobraccio Riziomau dalla parte con cui regge l’ombrello: lui sarebbe per restituirmi il mio braccio,
“No, gatto mariano, guarda, ..”, poi tollera, piegandosi alle necessità di copione. Bado a camminare
con gambe vicine e punte appena all’interno. Mi rannicchio contro Riziomau. Dietro Jean e Procione
parlottano. Siamo in un quartiere che potrebbe essere di una città qualunque fra le mie ultime,
ammantato e confuso di pioggia. Sostiamo sotto l’aggetto di un’edicola posticcia, in attesa di
Riziomau, che è tornato alla macchina per accertamenti, e io perfeziono sguardo timido e postura
raccolta e insicura.
L’ingresso al locale del compleanno èuna scala in discesa; al fondo una ragazza con tratti
mediterranei inserita in un vestito rosso che le accentua la piattezza del petto, un naso aquilino che
crea incertezza sull’età, dai venti ai trenta. Lina, la festeggiata: diciotto. Mi presento a quattro
figurini maschili e femminili disposti in riga, senza neppure ascoltare i nomi. Sempre con fare
ambiguo e un sorriso smaccato. Eccoti Warren. Warren saluta il Procione e Riziomau, non mi nota
subito: è natalizio, pantaloni e camicia eleganti neri e cravatta rossa, camicia generosamente
estroflessa dal suo bell’anteriore in salute. Capelli a spazzolone, ma curati a formare un ferro da
stiro rovesciato. Quando mi vede, urlo da ambo le parti, abbraccio sincero e risate: ma chi si vede,
ma quanto tempo. Sicché gli racconto del mio ruolo nella festa e per rimarcare riprendo la mia
fiction: si inceppa nel ridere, rosso come la sua cravatta e mano alla bocca; quando riesce a
raddrizzare la schiena “non posso guardarti negli occhi!”, e tiene lo sguardo sviato per darsi un
contegno. Gina. Gina mi saluta con un sorriso tenue qualche frase incolore. Spiego anche a lei,
rimane tenue e incolore. Vestito a spalline e lustrini. Intimo al Procione di fare presente alla
festeggiata e a più gente possibile il mio atteggiamento transitorio: sottovoce si spiegano fra loro,
poi mi raggiunge un “..ma io non ho niente contro i finocchi..” di una nel crocchio che m’ha
accennato uno sguardo intimidito, “io sì..” le sorrido all’orecchio. Pizzette, tramezzini a settori
circolari impilati a stirati come cd-packs, ovali di affettati. Dopo i primi assaggi ho un bisogno, e nel
dover attraversare la sala e infilarmi nella penombra della stanza-disco per raggiungere i bagni mi
pongo un’alternativa: mi rilascio casomai qualche occhiata interessata, o mantengo l’atteggio
infischiandomene dei casi della vita? Punto medio, giusto con un sorriso pudico le braccia vicine ai
fianchi e le mani un tanto sollevate. Diffondiamo il dubbio. Sulla via del wc, affondo nell’immagine di
un cerchio di ragazze a ridosso della porta verso la disco. Attira il centro della mia prospettiva,
Colei, come il gorgo di un imbuto, una chiazza oro su una chiazza blu plissettata, Woosh, mi
risucchia. Mi ero giusto dimenticato perché insistere a campare.
V, a.
“Scusi, può avvisarmi alla fermata di Porta Mazzini?”, “Ma certo, è quella dopo la prossima..”. Sto in
piedi, appeso con un braccio alla struttura dietro il (la) conducente, con l’altra al pistone che apre la
salita anteriore o dintorni. Anzi, mi appoggio alla protuberanza che corrisponde alla ruota anteriore
destra. “Ma guarda se si può essere più stronz..!”, e un gesto secco con il braccio, diretti
all’autobus avanti a noi. Sorrido beffardo, lei molla forse uno sguardo al retrovisore centrale, “Mi
scusi, sa, ..”, e la sento ridere sommesso, “..il guaio è che questo mi costringe a fare le sue stesse
fermate, se quando si ferma non mi lascia passare”. In effetti l’autobus arancione non accosta nei
riquadri gialli di sosta, resta allegramente in corsia e c’è la doppia linea. “Sa chi è il pilota?”,
“Magari! Avrei due parole quando lo incrocio, lo sanno che l’interurbano deve passare, dobbiamo
completare in centro in 25 minuti e già siamo a 15.. s’imparassero le regole..”, “In quanto a regole,
a essere rigorosi, io non potrei parlare con il conducente..”, guardo su e non vedo il tipico
cartelletto, “.. o che non c’è questa regola qui? ..”, “sì, ci sarebbe, ma non si preoccupi, anzi..”; a
ben guardare eccoti la scritta, ben nascosta a parte un cantuccio dallo specchio tondo convesso
retrovisore. “Sa cosa, sul davanti dovrebbe farsi montare un bel paravacche, come quelli dei
defender..”, ride: “sì sì”, “.. così all’occorrenza li spintona via. Anzi, ancora meglio, uno spartineve”.
Consumata la risata, mi spiega quant’è semplice riconoscere la fermata di Porta Mazzini, “..badi che
io sono ignorante completo, di Bologna..”, “guardi, vede?, non può sbagliare perché si vede l’arco..”:
c’è proprio, vistoso, illuminato con un po’ di cura a luce gialla, piantato in un prato o giardino, senza
più alcuna strada sotto e privato delle mura intorno, freak. “Grazie, e ciao .. la prossima volta che
vedrò un interurbano con lo spartineve, saprò che è il suo”, ehehahah. Fuori è il caso di rimettere
il golf. Umido; c’è un che di nebbia senza nebbia. Mi sento con il Procione, che è già in autobus per
raggiungermi. Aspetto, mi allontano dalla fermata ritornando all’incrocio della Porta, passo davanti a
un meccanico. Ricevo una telefonata non breve ma senza importanza: un amico laureato di fresco
che sta a Bologna per lavoro, è stato chiamato militare e ora lo licenzieranno con la promessa a
voce di riassumerlo, intristito e arrabbiato, magari ci si può vedere stasera, con il Procione e
Riziomau, beh io ero d’accordo di andare al cinema con un collega, magari dopo, oppure guarda,
penso di poterlo convincere a rinunciare, dài, ci sentiamo appena ho chiarito, guarda, senti il
Procione perché se dobbiamo trovarci io non so darti indicazioni, d’accordo così, allora. Saluti. Io ho
trotterellato avanti e indietro il marciapiede dell’autoofficina, col passo distratto e giocoso delle
telefonate. Una ragazza mi passa in parte, capelli scuri e ricci, un metro e sessanta-sessantacinque,
jeans sbiaditi sul dietro. Mi do un contegno, cammino comunque solo per darmi un contegno. C’è
una donna bionda liscia dal viso stanco e provato, in una macchina azzurra e sciancata parcheggiata
rivolta verso di me, tre metri. Non scende, guarda dal finestrino, non vuole farmi caso. Giocherello
sul bordo del marciapiede, mi rizzo sulle punte. Voltandomi, ritorna la ricciuta. Non gongolo solo io
allora, mezzo sorriso; ma questo odore di nebbia rende le donne timorose e frettolose.
V, b.
Il cancelletto sulla sinistra è semiaperto ma un paio di figuri al di dentro hanno il piglio di vigilantes;
entrano in fila indiana tre, vestiti come viene, uno ha un orecchino che spicca sul collo bianco
ricotta, al limitar dei capelli nerofumo a moquette. Sono del test, penso, seguo senza incontrare
resistenza. Edificio: moderno con colori marroncino e ottone, incorniciato da cordoni di erba. Di
strada verso la facciata due tipi, uno in cravatta e l’altro sportivo ma piuttosto ricercato. Chiedo di
sala S, sorrido, rispondono e sorridono. C’è sempre quel piccolo intervallo tra domanda e risposta,
per accettare la mia cadenza veneta. Sono di fronte a una vetrata dal suolo su per cinque-sei metri,
divisa in rettangoli, pendente verso l’esterno. L’ingresso lo trovo, come promesso, di lato a destra
del vetrone. Si schiude la porta, a sinistra vetro anti-tutto con pertugio all’altezza delle mani e
uomo in piedi, dietro, per servire. Consegno patente e ricevo tesserino magnetico anonimo, forse
numerato. Tipo skipass: tre o quattro accessi stretti, divisi da pannelli bianchi e chiusi da vetri
penso scorrevoli con striscia smerigliata a metà altezza. Non vedo fessure, scuoto il badge davanti
a una lucetta dall’aria attenta. Dentro, ai piedi della vetrata, quattro poltrone arancio, fondo
schienali e braccioli squadrati, con cura intorno a un tavolino quadrato a piano di vetro. Seduto di
fronte a me sporto dal sedile con in mano un giornale di finanza, un tipo in completo nero con i
capelli neri e la camicia bianca. Saluto, accento meridionale, atteggiamento aperto, siedo in parte.
Tutti e due in attesa di test. Lui già lavora a Bologna, racconto del taxi, mi informo se è informato
sui test ‘attitudinali’: nebbia. Ha un’aria un poco vulnerabile, inoffensiva. Poi, dopo trafila
all’accettazione, entra ragazza alta con stivali a tacco basso, capelli ricci lunghi ma dall’aria
morbida, molto scuri rossi quasi viola sentenzio tinti. Ha gli occhi da vittima, con quella piega che
invoca protezione, belli ma preoccupanti. Il viso intero e la figura sono semplici e attraenti, ma.
Entra ragazzone lustro e ordinato capelli a spazzola, eppure i tratti della faccia non promettono
raffinatezza. Furbetto questo. Viene avanti con accompagnatore corpulento, pelato, borsa gonfia a
tracolla, vestito scuro senza attenzione: sembra tolto da una console in un’azienda aggressiva di
sviluppo videogiochi, anzi controlli industriali. Il furbetto conosce la preoccupante, riallacciano e lui
espone sicurezza e la propria condizione. Laureato all’incirca in economia, lavora già nei dintorni,
prova e valuta. Parlano parlano, lui resta in piedi, io seduto in parte all’inoffensivo, con vista
attraverso il vetratone sulla via Emilia e aziende magazzini vari al di là. Chiacchierano, chiacchiera
lui, la parte del pavone gli va lasca. La sua grande occasione? Sfruttala bene. Intervengo quando si
parla degli ingegneri, trovano lavoro subito, col cavolo dico io e ridacchio. Ho parlato troppo vicino
al codone ventaglio del furbetto, perché nessuno accusa la precisazione. Zitto, studio. Nel mentre
arrivavano ragazze truccate con molta cura, uomini e ragazzi silenziosi. Una ragazza bassa tutta a
puntino con la coda chiama l’attenzione e si pone dietro il bancone rivolto alla vetrata, con alle
spalle un grande arazzo di paesaggio di castelli. Liberatoria? “Tutti avete portato il foglio con
l’autorizzazione?”; io no, “Io no” braccio alzato, cedo il mio poltroncione e mi avvicino. Eccomi,
compilo nome data scorro il testo e firmo. Entra in scena donna bionda chiara a caschetto, orecchini
tondi medio-grandi, matura, magra, righe agli angoli della bocca (donna), camicia bianca forse a
rombi in linee marroni, gilet a fasce marroni, pantaloni anonimi ma accordati, stivaletti a tacco
grosso. Sta un po’ incurvata. Aprono la sala preposta, curioso, dentro computer – quattro per
bancone. “Se volete accomodarvi”, sobria.
VI.
In cucina, in maglietta nera. Attrezzo la caffettiera. Due lavandini d’acciaio, sul piano un portaposate
ruotabile, come nei magazzini d’abbigliamento, e un porta piatti reticolato; una rete con dei
ganci mobili, all’altezza della mia testa, per sgocciolare tutte le stoviglie che si lasciano appendere.
Dallo sportello del freezer penzolano pupazzi di pezza animaliformi e una formina magnetica di
plastica, come quelle che nel mio vecchio appartamento segnavano gli incarichi di pulizia del bagno.
Quella del pokemon azzurro tipo tartaruga, con fogliame sulla schiena, di Sergio.
“Sveglialo!”, “No, lo lascio dormire. Preferisco esplorare da solo”: la compagnia fiacca i sensi.
Tintina al tavolo sorseggia; schiena a schiena, sulle parole salienti ci voltiamo a tre quarti. “Puoi
andare a San Luca, è vicino sai più di quello che sembra. Ieri sera ci siamo stati a cena. Guarda, “,
si alza con la tazza, viene alla mia spalla destra, indica dalla finestra del cucinino, “fai un tratto di
via Costa, poi volti a sinistra e passi in fianco allo stadio,”, nella distesa di tetti come ombrelli si
innalzano le strutture per sorreggere i riflettori, tubi intrecciati a triangoli in guglie incurvate, “e da
lì vai dritto, perpendicolare a via Costa in pratica.”. “Tu intendi, per salire alla chiesa o per arrivare
ai piedi della collina?”, “No no..”, fade out. “Comunque, gli archi non li hanno fatti per una
pestilenza, ma per la carestia.”. Esito esiti, la parola esce sempre un tanto più tardi di quanto
dovrebbe. Ritardi significano molte cose.
“Le rondini! Si preparano a migrare, guarda quante!”, butto l’occhio, su ogni antenna volatili neri,
sui cavi e sulle tegole. Moltitudine, cielo grigio e pioggia intermittente, ho il senso dell’orientamento
confuso dal risveglio in un posto sconosciuto, sopraelevato e una mattina così inospitale umida
nebulosa grigiastra. Raccolgo le parole, “Chissà com’è che tutte insieme capiscono quando viene
l’ora..”; “è il primo giorno di pioggia da un pezzo a questa parte”. Il Procione sta armando la
colazione, intento.
Mentre lavo bicchieri e tazzine accumulate nel lavabo, Tintine saluta, con il fare di scusarsi, e si
ritira. E’ rimasto dalla sera prima il carrello con la televisione, il videoregistratore e il catalogo
stivali e borsette. Il telecomando instabile sulla tv, lo poso al piano sotto sul vhs.
Seduto sul divano due posti rigonfio e scomodo, con quel giornale aperto sfogliandolo avanti e
indietro, parlavo con lei. Uno stivale lungo nero, costellato di logo, tacco alto. Una scarpetta bianca
con fili sottili argentati tutti raggi da una biglia rossa sul colmo posteriore del bordo, “guarda,
poteva essere così bella questa, e ci hanno appiccicato questa roba dietro”, Tintina sorride. “Ti
interessi di moda?” o simile, “no, valuto quel che mi capita sotto il naso” o simile. Una bella
borsetta color sabbia, a riquadri sporgenti. Due campari mixx, più di tre Bacardi ai gusti misti di
arancia (per me) e limone (per il Procione o per me), un numero imprecisato bottiglie Peroni 0,66,
tutto questo in cima al mobile con sportelli scorrevoli e, dietro, zuccheri e aromi.
Raccolgo il sacchetto delle bottiglie vuote e lo deposito ai piedi della porta d’ingresso. Quatto quatto
lascio un messaggio sul mio materasso, in parte al Procione, infilo la giacca di pile grigia dritta
sopra la maglietta a V. Sbroglio la serratura dell’ingresso, c’è una barra orizzontale grigia di metallo
e una rotella metallica: occorre un colpo energico del polso, nel verso giusto. Scale e scale.
Contatori della corrente, portoncino al piano terra, . Aria, sole. Fresca. Raggiungo via Andrea Costa
e volto a destra, sulla destra poi trovo una campana dei vetri. C’è gente a passeggio. Attraverso,
guardo i caseggiati, cerco il sole negli spazi tra l’uno e l’altro, annuso ascolto osservo macchine
foglie alberi manifesti insegne cancelli indicazioni. Rotatoria Fulvio Qualcosa, sinistra, via Irma
Bandiera. Sale un po’ in salita. Signore che discutono, intorno a una vettura. Oltrepasso quella sul
mio marciapiede, profumata fresca: sollevo la testa, le abbraccio in uno sguardo, non hanno nulla di
sonnolenza e di domenica mattina. La luce degli intonaci sì è quella della domenica mattina. Sono
nella direzione giusta? Scruto a sinistra e trovo strutture tubolari a triangoli. Via Irma Bandiera è
appena in salita. Un cartello a destra con due posate incrociate avvisa di ristorante: eri in questo
ieri sera Tintine? La strada si fonde con un’altra, proveniente da destra, in una piazza. Di là lungo
l’altra via sale un porticato, mattoncini rossi e intonaco giallo chiaro, resi vividi dal sole. Gente che
traffica davanti a un bar, un parcheggio di motorini, macchine sui cigli che si fermano e ripartono. Si
comportano tutti in modo poco domenicale. E’ quasi mezzogiorno. Le due vie, affiancate, separate
da un’aiuola, terminano sotto due archi gemelli. Il porticato di là si unisce al fianco del suo arco, poi
volta a destra e sale in scalinate. E’ la via buona. Sulle strisce raggiungo l’altro lato del primo arco.
Autoambulanza che ulula: attendo e allaccio una scarpa. Passata l’emergenza, percorro anche le
strisce sotto il secondo arco. Scalini e scalini.
VII.
“La Scuderia” è un locale gestito per un tramite o l’altro dall’Università, sta in parte all’aula studio
più frequentata dal Procione. Siamo io, abbigliato e ventiquattr’ore al penzolo, e lui informale curato
con la camicia sempre fuori. Just in case. L’ingresso è adorno di studenti di molte fatte, dai
composti ai variegati. Ombelichi spesso fuori, piercing con fantasia. Si entra, un paio di scalini per
la fossa dei leoni beoni, con il banco a sinistra e tavole rialzate con sgabelli a destra. Avanzando, il
bancone si prolunga una decina di metri e si ritira sulla sinistra, aprendo lo spazio a una sala
ingombrata di tavolini, illuminata senza uniformità e con stendardi penzoloni a creare colore e un
poco di intimità. La scheda che il Procione estrae dal portafoglio, mi spiega, è tessera studentesca
che ci storna il 30% dalle consumazioni. Io gradisco uno spritz, la ragazza cassiera inizia una frase
per chiedermi Aperol o Campari, poi corregge e mi propone un bivio tra vino fermo e secco. Mah,
“sono perplesso”. Fermo mi piace, proviamo fermo, grazie. Ho il relax del dopo-colloquio, tutta La
Scuderia da osservare. Giro #1: gomito sul banco, aggrappati proprio dove c’è il cesto di patatine, si
discute sul locale, sulle opportunità di lavoro e sui vicoli ciechi. Non c’è tavolo libero. Il Procione la
rigira ancora e ancora, concentrato parola per parola e con un occhio un pelo sostenuto quando
disamina ragazzini e –ine. Una ragazza bionda, intimidita dal posto, insieme a un’altra sostano vicino
a noi per ordinare. Bionda chiara chiara ma senza riflessi, orecchini azzurri. Giro #2: Procione mi
cede il tesserino e la ragazza cassiera, rigirandolo fra le dita, chiede se è mio; indico il Procione,
spiego che sono delegato, e opto stavolta per il secco. Lui sempre Bacardi lime. Ci siamo fatti l’idea
che nella sala si stia svolgendo un rinfresco di laurea o altra festa privata. Toh, guarda lì, un tavolo
coi seggioloni poco avanti dell’ingresso. Guardo il locale attraverso un velo di spritz, tutto in
sfumature rosso-arancioni. Contribuiscono luci, intonaci, tessuti, legni: tutti nel bordo più caldo
dell’arcobaleno. Compare, non c’è lavoro, ti dico. Ti auguro ogni bene per quando finirai, ma ora è
dura. 50 curriculum, solo questa convocazione; con le riserve che ti ho detto, poi. Prenditela
comoda, leggiti le note a pié pagina senza fretta. Non è un periodo buono per laurearsi. Lui dice
altro, racconta delle sue aspirazioni, io contemplo accarezzando il bicchiere. Mi piace Bologna, dico.
E’ come Padova, ma su scala più grande. Più varietà più caratteri. Stiamo a questo tavolo rialzato in
legno scuro appena sgrossato e verniciato a lucido, alle spalle del Procione lungo la parete
ondeggiano tende pesanti verde-arancio. E’ un po ‘ guardare giù dentro una vasca in cui le onde
corrono avanti e indietro, si addossano al banco e al tavolo per poi venire via e chiacchierando
raggiungere l’estremità opposta. Somewhere, beyond the sea, she’s there - watching for me.
 

Creative Commons License

Tutto il materiale di questo sito è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
Powered by Joomla!
Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.

 

Chi è online
 10 visitatori online
Cerca in Abromlu