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dom 9/6/02 Pioveva, e non avrebbe smesso mai più. Il grigio della città era lo stesso di Eros. I suoi pensieri si mescolavano tra loro e non convergevano ad alcuna decisione. Le stesse quattro o cinque frasi (almeno due gliele aveva dette lei la sera prima) si rincorrevano, si avvolgevano, morivano e rinascevano, interrompendosi a vicenda. Come quel maledetto traffico che c'era a Padova ogni volta che pioveva. Tanti animali che si scambiavano di posto dentro alla gabbia, ma tutto restava immobile. Un equilibrio dinamico e caotico, che Eros attraversava per raggiungere la stazione, come ogni sera alle sei e mezza. Quella sera, però, era martedì, e la sera prima lei aveva telefonato. Ogni ruggito diesel-arancio agli incroci e ai semafori faceva sempre più male. Eros voleva che il suo grido fosse il più forte. Eros prendeva la medicina ogni cinque minuti: "E' solo una cosa bella che finisce. Tutte le cose belle finiscono. E' giusto così. Punto. Passerà, prima o poi passerà!", ripeteva, e mandava giù queste parole, che volevano fermarsi in bocca, con un tiro di dianablù. Tuttavia non passava. Ci voleva tempo. Avrebbe dovuto pensarci prima, quando tutto sembrava bello ed eterno. Bisognava pensare, allora, che le settimane sarebbero gocciolate ad una ad una, con la solita puntualità e sarebbero finite tutte nella pozzanghera afosa e melmosa che da sempre é giugno. "Già! Bel metodo!", pensava Eros, "rovinare le cose belle fin dall'inizio, così non si rimane tristi quando finiscono". Pioveva, e veniva voglia di chiedersi chi l'avesse mandata. La pioggia. Pioveva da ieri sera. Dalla telefonata di lei. Eros stava male, sentiva qualcosa di ingarbugliato nel petto che non lo lasciava respirare. L'ultima volta che aveva pianto era stato alla fine della terza media, tredici anni fa'. Poi ieri sera, tredici anni dopo. "Una volta ogni tredici anni fa bene piangere. Dicono che si diventa più forti.", aveva deciso di dirle, la prossima volta che l'avrebbe incontrata. Doveva incontrarla necessariamente per un altro mese. Non poteva nemmeno permettersi di scappare. Le aveva promesso di aiutarla. Era la cosa che lo rendeva più felice: aiutarla. Dopo la telefonata di ieri sera, però, capì che tutto sarebbe finito, fra un mese. Eros era triste perché una cosa bella stava finendo. Tutto quì. Prima o poi l'avrebbe dimenticata. Doveva dimenticarla. Non subito, però, fra un mese. Ora doveva continuare ad aiutarla. Dopo la telefonata di ieri sera non era più riuscito a finire di mangiare il riso che aveva cucinato per cena. Era andato in camera da letto, si era seduto di fronte alla finestra ed era rimasto lì per alcune ore. Guardava il buio di fuori, e le macchine che passavano. Non riusciva ad ordinare i pensieri, non riusciva a capire il suo stato d'animo. Poi a letto pianse. Si sorprese. Non si ricordava più del nodo alla gola che si sente salire fino agli occhi, improvvisamente umidi, delle guance solleticate da una lenta pennellata calda. Il gusto salino delle lacrime, ricordi dell'adolescenza. Pensava fosse un buon segnale. Aveva sfogato il suo dolore, ora si sarebbe dimenticato di tutto, e avrebbe ricominciato a vivere (semplice, no?). Quando si svegliò, al mattino, ci vollero alcuni secondi per riordinare i pensieri, ma alla fine tutto tornò a galla (che belli i primi due secondi quando ti svegli, una serenità assoluta, poi cominci a sentire puzza di vita, ed é finita). Rimase dieci minuti a fissare la finestra sul tetto, proprio sopra il suo cuscino, su cui s'infrangevano gocce sottili come aghi. Non era servito piangere. La giornata passò senza accorgersi di Eros, senza fermarsi un momento. Non aveva pietà. Otto ore davanti un monitor a scrivere la tesi. Non gliene importava assolutamente niente, ma era l'unico modo per evitare un dialogo con i ragazzi vicino a lui. Fingersi concentrato. All'ora di pranzo camminò per mezza Padova, non mangiò nulla. Una camminata di un'ora senza accorgersi di Piazza delle Erbe, Prato della Valle, dei turisti cinquantenni con i pantaloni corti nonostante la pioggia. Poi di nuovo uno schermo piatto 19 pollici davanti agli occhi, senza uno scopo, fingendo di averlo. Arrivarono le sei e partì per la stazione. Pioveva ancora. Fermo al semaforo di un passaggio pedonale, Eros fissava un punto immateriale due metri di fronte ai suoi piedi. Si spostava con lui, solidale al suo sistema di riferimento. La notte non aveva chiarito nulla. Sempre la stessa gran confusione in testa. Ogni tanto sentiva il bisogno di uno schizzo endovenoso di fantasia. Allora si lasciava andare ed immaginava lei che richiamava e diceva "Dai, scherzavo!" (poco credibile), meglio "Ti ho detto una bugia, perché avevo paura, ero confusa" (ok, questa va bene). E via! galoppava come un mini-pony nei prati onnipotenti ma fragili come il cristallo del mondo dei sogni. Istantanee di loro due che chiacchieravano, passeggiavano, abbracciati. Eros che le diceva che era la ragazza più bella e simpatica del mondo, senza mentire. Lei che rideva e diceva "ruffiano!". Lei che piangeva (chissà perché), con la testa sulla spalla di Eros, che la consolava. Lei che si illuminava per una sorpresa (un regalo? una buona notizia?) e ringraziava mille volte Eros. Poi i mini-pony si stancavano, riattraversavano il ponte colorato a forma di arcobaleno ed Eros restava solo col suo grigio, con la sua pioggia e con la sua realtà. L'omino in spaccata si colorò di verde ed Eros attraversò. Il tesoro più grande gli era ormai sfuggito. Non avrebbe più potuto riconquistarlo senza rovinarlo almeno un po'. Le aveva detto che avrebbe pensato solo ad aiutarla, senza più parlare di cose personali. Niente più bigliettini, niente più "sei una ragazza d'oro", niente più "sei bellissima". Niente più tragitti allungati solo per poterla salutare, per estorcerle un sorriso. Tuttavia avrebbe voluto dirle ancora un sacco di cose, ma quando lei lo guardava in silenzio sembrava volergli far capire che era meglio non parlare. La pioggia lenta ed ottusa sbatteva sulla tela dell'ombrello. Il fruscìo era simile a quello dei vecchi dischi di vinile. Un fruscìo che montava l'attesa della canzone che dopo un po' arrivava e se lo mangiava. Ma ora la canzone non voleva cominciare. Non sarebbe cominciata mai. Un'oca bianca e grassa galleggiava sulle acque verdi del Piovego. Era a dieci metri dal ponte ma se ne stava sotto la pioggia. Se ne fregava, lei, della pioggia. Si infilava il becco tra le pieghe delle ali e si lisciava le piume. I passanti la guardavano da sotto gli ombrelli, senza rallentare il passo, e lei (che aveva capito tutto della vita) li derideva. Spuntarono le maestose colonne della stazione da sopra l'ombrello. Sfilò il telefonino dalla tasca, per vedere se c'erano segnali di lei. Nessuna chiamata, nessun messaggio. Eros aveva bisogno di qualcosa di suo, un'opinione, un saluto, un cenno, una parola. La verità era che non c'era nient'altro da aggiungere, dopo ieri sera. Poteva contare solo su alcune immagini che gli erano rimaste stampate in testa. Lei che rideva dentro al maglione della tuta blu. Lei che diceva "ma uffaaa!" come una bambina (che tenerezza!). Lei che lo guardava accigliata da sopra gli occhiali quando non lo capiva. Lei con il mento sui libri che stringeva al petto, con gli occhi bassi ("dentro ai piedi che tesoro hai?"), come faceva sempre, restando in silenzio per un istante lunghissimo, ed Eros capiva che stava per salutarlo. La pronuncia meravigliosa della "s", quando recitava. Doveva cancellarli tutti per guarire. Binario otto. Come sempre. Eros in anticipo, Eros che non si fida, Eros che controlla sul tabellone dell'orario dei treni: binario otto. Il treno era semivuoto. Si sedette vicino al finestrino. Non aveva voglia di leggere. Non aveva voglia di ascoltare (Estra, Dire Straits, Chopin digitalizzati nello zaino lo aspettavano come ogni sera). Non aveva voglia di arrivare a casa, di partire, di stare lì seduto in treno. Se non fosse per i casini che avrebbe provocato ad amici, parenti, se non fosse per un probabile senso di colpa che avrebbe suscitato in lei, sarebbe stato bello morire. Senza farsi male, semplicemente annullarsi. Come si poteva vivere ancora, dopo aver sognato la migliore delle vite possibili, con la migliore delle ragazze possibili? dopo essere stato in paradiso due ore alla settimana per cinque mesi, per poi accorgersi che presto sarebbe finito? Il resto della sua vita sarebbe stato un continuo accontentarsi di piccole, banali gioie. I pensieri cominciavano a diventare pesanti, insopportabili. L'immobilità li alimentava. Bisognava fare qualcosa. Nello zaino non c'era niente che Eros avesse la forza di usare per distrarsi un po' o per far tornare la serenità. Eros si ricordò di un vecchio, piccolo quaderno. Lo portava con se da più di dieci anni. Quando era triste lo apriva e ci scriveva qualcosa. Per lo più brevi racconti. Parlavano di lui con un altro nome. Scriveva la sua tristezza, il suo dolore. Non lo faceva vedere a nessuno, perché non era un granché come scrittore. Non si aspettava di scrivere qualcosa di bello, voleva solo inchiodare il suo stato d'animo dietro le sbarre a quadretti di un foglio bianco. Mano a mano che la matita disegnava fitti corsivi, grigi su bianco, la tristezza passava. Riempiva il quaderno e liberava la mente. Un metodo come un altro. Non aveva mai terminato un racconto: nessuna tristezza era stata più grande della sua lentezza ed incapacità di esprimerla. Un travaso di veleno. Ecco! questo ora gli serviva. Lo cercò nello zaino. Trovato. Rosso, con gli angolo rovinati dalle piogge subite. Lo aprì. Lesse le ultime righe scritte tanto tempo fa'. Ricordi vaghi e fusi. Matita. Doveva scrivere. Cosa? ... Non aveva idee per la testa. ... Guardò fuori: pioveva. Scrisse che pioveva. ... ... E che non avrebbe smesso mai più. ...
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