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19 | 05 | 2012
Saxofono di ghiaccio PDF Stampa E-mail
Scritto da Baribal   
martedì 29 gennaio 2008 12:31

Prefazio

 

Più che uno stato d'animo è una malattia, querulite acuta, e non si cura con la quiposuzione. E' una strana congiuntura per l'uomo e per la donna, e per me. Di questi tempi, se avete quattordici anni o poco più, potete entrare in uno di quei sessi-shop, o guidare il carro armato di papà, o guardare Ginello Guaglione che canta le canzoni del Preside del Cansiglio. Con dieci anni di vita e altri otto, poi, potete mangiarvi tutti gli incartamenti segreti in cima agli armadi della Cia, vedere il filmino della vostra prima pappa, stare alzati la notte a guardare il catodico con le storie di dèi e divine.

Ma quello che ho da raccontare a voi, quello che ho qui da raccontare a voi. Sarete preparati? Vi guarderete ancora in uno specchio d'acqua nel lago in cui pescate? Fogliame secco, sterpaglia e muschièdine, solleverò. Vi svelo ricette fatte in casa per vivere dieci anni in più (di quanti ne avete ora), se siete buoni a leggerle. Il rischio è che mi smetta la querulite, ad un punto o all'altro del mio raccontare, e che mi caschi tutto l'argomento sul più bello, o quando il più bello manco ancora si subodora. E' un rischio più vostro che mio, perciò continuate se rischiate o rischiate di non continuare, conciliate un po' voi.

 

Capitolo I - Sui fatti del mio distretto e sulle prime avventure di Orno Parno

Dunque, qui d'inverno fa freddo. Non vedrete cinciallegre congelate sui rami o scoiattoli al fotofinish per assideramento, perchè la fauna è furba. Vedrete la flora, che è più tardiva e meno spiccia, e ogni volta si fa acchiappare dal gelo in piena fioritura. Non è quel freddo con la neve o con l'aurora boreale, è un freddo che non regala niente ai turisti. Ve lo spiego perchè non siete del posto, qui per noi è il normale, abbiamo i nostri metodi e i nostri anticorpi.

Ad esempio, e tenetevi stretta questa cosa per un giorno dopodomani, d'estate vige spalmare gli alberi di miele: le api apine alpine ci si insediano e maturano un bello strato thinsulate di cera intorno al legno, e d'inverno possiamo lasciare a bruciare un pino di dieci anni per un paio di settimane, come un cero dei Morti (ho studiato le vostre questioni). Previdenza e provvidenza, come diciamo noi, o non si sverna. Tant'è vero che nelle nostre fiabe la cicala non è mai arrivata fino alla porta della formica, e la formica non avrebbe comunque mai e poi mai schiuso l'uscio per vedere chi bussasse. Per inciso, non vi scrivo per passione: qui ad ogni parola si mangia una bocconata di gelo, sicchè parlare non va di moda dopo ottobre e il solo modo che ho di comunicare è scribacchiare. Qualcuno parla per tutti: abbiamo gli uomini Nofrost, che mangiano sale e raccontano storie al popolo raccolto intorno ai pini-ceri, espettorando un po' quello che è il pensiero comune (raccolto durante l'estate). All'uomo nofrost che non esprime il popolo si propina una bocconata di pepe a tradimento, inframezzo al sale, lui apre la bocca per chiedere da bere ma gli è mancato l'effetto della manciata di sale sottratta e resta lì, inmammuthtato, pronto per gli archeologi che verranno. Io narratore ho mancato la carica di nofrost per un pelo, al mio tempo ('per un soffio' qui è un'espressione da evitare). Rendetevi conto che scrivere in queste lande non è un mestiere per pavidi: rileggere comporta tenere aperte le palpebre, con tutti i rischi per il liquido lacrimale che potete immaginare. Scrittore e cieco sono quasi sempre due stadi della stessa vita.

Direte, i nofrost esprimono per tutto il giorno utile? No che no, solo la sera, e per un tempo limitato. Mangiano sale, per decantare, non dimenticate. E' una vocazione alla sofferenza, in fondo in fondo. Perciò gli uomini paesani e le donne paesane (i bambini che non sono maturati nell'estate non sopravvivono ai primi freddi) si ingozzano di distillati vari, per tirare sera, e già da mezzogiorno perdono lo sguardo vispo. Questa è una tradizione recente, perchè di nostro non siamo mai stati capaci di distillare: le vigne sono troppo delicate, i meli e i peri vengono quasi tutti incerati nella prima primavera, con relativi germogli. Parliamo di prodotti di importazione dai Chiacchieroni delle lande calde.

Capitemi. C'è stata a lungo una disquisizione sul perchè proprio noi, fra i popoli della Palla, ci siamo confinati in queste terre crude: perchè non abbiamo puntato sul clima temperato? Da poco emigrati qui, già metà dei coloni era sparita nei crepacci Porcacci. Uno faceva tre battute nell'arco di dieci minuti, e già lo si guardava con tristezza, era condannato al blocco intestinale. Cosa è stato a spingerci qui, contro la nostra natura di uomini - a cosa ci serve l'olfatto se per nove decimi dell'anno l'unico odore è quello di ghiaccio, l'altro è quello della grappa? Ci basta il tatto per distinguere, a che pro ci portiamo appresso il quarto e il quinto senso?

A queste domande ha risposto in parte Orno Parno, un amico mio: mancato nofrost, mancato etnologo, glottologo assenteista, funambolo pigro, archeologo nullo ma vittorioso. Non conoscerete mai di persona Orno Parno, per una serie di motivi che capirete da soli nei discorsi che verranno. Sappiate che egli fu il primo degli Aspiranti Nofrost Astuti: cominciò a cantare ancora ad agosto, per misurare l'indice di gradimento, e smise con accortezza ai primi di novembre per chiara tiepidezza del pubblico. Ci rimise la punta della lingua, in questa manovra, ma vi racconterò presto come questo piccolo assideramento venne a vantaggio di Orno Parno in momenti più gloriosi della sua vita.

Come lo conobbi? Ricordo confuso. Io e lui siedevamo vicini, nella scuola estiva (qui la licenza elementare, per chi ci arriva, matura al sedicesimo anno di età), dopo un mese di lezioni iniziai a notare la sua straripante vena creativa. Ereditata dal padre, ho postulato in seguito: uomo estroso e caratteriale, stava nel soggiorno di casa Parno, sciogliendosi un poco per volta ad ogni estate che veniva. Era successo infatti che poco dopo il concepimento di Orno Parno il padre, sbronzo e reduce da poco da un lungo viaggio conoscitivo in Liberia che lo aveva ammorbidito ai costumi di lì, sbaruffò con la moglie e in un momento di impeto immemore la piantò in casa sbattendo la porta.

Fu recuperato appena fuori e ripreso in casa,come mobilia, a primavera.

Non fatevi l'idea che il trovarsi ogni sera in soggiorno con qualche familiare mammuthato sia per noi di qui una circostanza triste, o di commemorazione. Capita e basta, anzi quelle volte che visitai Orno Parno e sedetti nella sala grande con lui, mi fece ridacchiare raccontandomi come le labbra del padre fossero atteggiate per completare la sua ultima frase. Si vedeva il signor Parno con la bocca chiaramente atteggiata a modulare una 'u'. La 'u' du 'ulo', come c'è da aspettarsi al brusco termine di una bega in famiglia.

Ambrato Parno, si chiamava, un nome che da noi evoca zanzare fossili, più fortunate dei nostri fratelli zannuti, costretti nel ghiaccio. Un detto di qui recita 'meglio l'ambra in gola, che il Signor Inverno in casa'. Non abbiamo paura, di quel Signore, ma accompagna ciascuno di noi per buona parte dell'anno e non ci viene mai data ragione di restare un poco soli. Vedete chiaro cosa successe al signor Ambrato Parno, quando volle ritirarsi dalla propria consorte.

Non ci è data solitudine, eppure sempre siamo isolati l'uno dall'altro nel grande inverno. Potete ben figurarvi come I nofrost siano l'unico filo che lega noi tutti, raccolti intorno al fuoco-pino. Un mangiasale ha lo scopo enorme di raccogliere i pensieri dietro ciascuna coppia di sopracciglie ghiacciate che lo fissano e di renderli comuni a tutti i cisposi assiepati parecchio congelati. Due sfide: 1) leggere i pensieri da musi quasi inespressivi; e 2) comunicarli a occhi che sfarfallano senza sosta, per quella ragione del liquido lacrimale che prima vi dicevo, sicché poco vedenti.

Diceva Orno, contemplando l'idea di farsi nofrost: "C'è gente a Sud, che si raccoglie come noi intorno a un palco: ma solo per la musica, per sentire cantare storielle, per farsi scorticare la subdurale dai subwoofer. Ebbene io, uomo un poco della Liberia come il padre mio Ambrato, credo vorrò essere qui, nella Terra Sorbetto, quello che quei microfonari Sudati sono nelle distese temperate. Io Orno Parno, il Vasco Rossi degli uomini-sorbetto."

 

 

Capitolo II - Bielorussi, Kravitz e il commilitone perduto.

"Controllate porte, finestre e porte-finestre, che il nemico incombe"

 

Tempo una settimana e si assistette alla calata del visitatore quasi-ucraino, il vicino non neolatino. Si sapeva che i Bielorussi c'erano, si sapeva anche in che direzione cercarli: ma cosa si poteva poi scambiare con costoro, che chiacchiere c'erano da fare, con barbari zeloti mangiatori di radici. Epperò per i Bielorussi la situazione stava rovesciata, e ai primi freddi (freddi come i freddi durante e gli ultimi freddi, per inciso) capitarono fra capo e collo come cappe di frate. Difesi a sud dagli sbucherellati crepacci, con l'estate impiegata a spalmare miele, raccogliere ghiande e piantare grane nelle osterie - che armi avevamo? c'erano precedenti storici, ma sempre il nostro freddo gelato e geloso intiepidiva i caucasici in un battere di denti. Era sorto un dubbio in certi scribani: possibile che al nord si stesse meno freschi? Vedrete, risponderemo, e con le parole di Orno Parno: ma al tempo prescritto.

Potete immaginare il brutto impatto, per una creatura barbara e ululante, incocciare in un popolo silenzioso. Due domande, grugniti. E giù randellate insofferenti. L'uomo-sale medio, pure in facoltà di parlare, si teneva al caldo la favella per la sera - e certo non brillava per coraggio. Si può anzi dire che gli uomini-sale longevi avevano il gusto di non aprire la bocca oltre allo stretto dovuto.

Sta di fatto che: 'creatura che non parla, è poco umana'. E giù pacche e improperi sui nostri, alla stregua di bestie. Venne appurato che pure eravamo mammiferi per certe osservazioni sul campo, ma cosa vuoi. Anche il maiale.

Ci trovavamo, io e Orno Parno, sui rami a rubare le ultime ghiande agli scoiattoli. Nota bene, non è che a loro servissero: la fauna - furba, anche quella disposta al letargo -, ammucchiava provviste istintivamente ma al momento resto-o-vado? marciava. C'è un freddo tormentoso per il quale non si dorme mai troppo profondo. Dicevo, ci trovavamo in una posizione un poco privilegiata rispetto ai compaesani, per quanto il privilegio potesse essere molto temporaneo. Fortuna ci aiutò a zompettare sui rami gelati senza cadere sulle teste degli invasori - sarebbe stato già di sé un accidente mortale, questi si guarnivano i copricapo e pure i copriplebe con ramificate corna appuntite e inframezzate da vischio - per prolungare la sofferenza della creatura obliterata. Bene, siamo fuori dal villaggio, ma che opzioni restano? Tra la neve alta e il clima aggressivo, il villaggio più vicino stava ad almeno un tre assideramenti di viaggio. Riflessioni in silenzio, che facevo seguendo Orno Parno e non potendo vedere i suoi bulbi fiduciosi. Eppurnò, al momento che si voltò compresi che c'era un asso in una delle sue maniche (multiple a ciascun braccio, per ridondanza di abbigliamento). Orno Parno fischia, qualcosa tra il falco e l'apprezzamento pesante, se mi capite. Intercorre il tempo, qui si suda freddo che è poi l'unico modo di sudare diffuso, ed ecco stormire le fronde a distanza, sollevarsi spruzzi di neve, e una chioma rasta Shirley Temple testa-gomito. Dico, le orecchie non erano al posto giusto, la bocca troppo vicina alle narici, il tutto troppo sopra le nostre teste. Mi trovavo interdetto, al cospetto di questo orso ska, orso Kravitz, come Mr. Parno mi rese conto in momenti più temperati. Orde norde nei posteriori, e un onnivoro boccoluto - forse amichevole, dico forse perchè non potendo parlare la corrispondenza fischio di Orno Parno-arrivo dell'orso restava dubbia -dinanzi. Lo stallo si risolse in breve, vedendo Orno Parno e Orso Kravitz che si davano confidenza come compagni di letto a castello, e ciò che mi pareva minaccia si risolse nella nostra salvezza da ammaccature, spaccature e quant'altro. Al galoppo aggrappati alle reni di questa creatura larduta, che penetrava la neve come un pesce sguscia nel liquido, dirigevamo in principio verso il villaggio vicino di Guttaperca, verso est se avete studiato la lezione, ma deviammo presto a sud. Immagini di crepacci foibiformi, di fiere non meglio specificate ma fiere di essere fiere feroci, rapaci senza pudori come medici legali mi si pararono allora, e mi chiesi se non stessimo rimbalzando dal padello giù dritti nella carbonella. Uno sguardo ammiccante lanciatomi indietro da Orno Parno risolse le mie questioni interne. Perlomeno non balzai giù.

E' questo un effetto che quegli occhi mi facevano spesso: sicurezza e calore umano, fiducia nelle sorprese del buio, niente da perdere. Unito al fatto che sono una femmina della mia specie, seppure in queste terre nostre sia a volte solo una distinzione tecnica, Orno Parno ci riusciva ad agire, su quel mio lato in cerca di un ormeggio. Erano gli ingredienti che tenevano insieme la nostra amicizia come un collante tenace, ogniqualvolta le circostanze avverse premevano.

Non ho dati sulla velocità degli orsi da soma, ma quel Kravitz sotto di noi sembrava davvero motivato verso la destinazione, macinava neve ghiacchiata come un Same e coprì la lunga distanza nel mentre fra mezzogiorno e il mezzogiorno del giorno dopo. La notte scavò per noi una buca e accovacciandosi poco in parte ci lambì con le falde calde del suo lardo. Chiarisco: un orso nel lungo termine non ha molte più speranze di un bipede di sopravvivere al Generale, specie perché non conosce fuoco. Eravamo a fine stagione estiva, due settimane più tardi non si sarebbero trovati orsi nella nostra foresta neanche al fischio di una locomotiva, qualunque fosse il loro parrucchiere.

La nostra mèta fu il paese del Pesce. Orso Kravitz ci scaricò, salùto con un dindolìo di boccoli e caracollò via.

In un tempo lontano, un indigeno catturò per caso una creatura ovale e pinnata, con occhi spalancati e poco furbi, che disse chiamarsi Truta. Si conservava a temperatura ambiente lì nel municipio di quel villaggio di confine, con una targa che spiegava essere una parente dei Pesci. I Parni mi avevano già messo a parte dell'essenziale, Ambrato aveva un fidato compagno di ventura in una di quelle capanne iglooiformi: qualcuno che lo aveva accompagnato parecchio distante, e in numerose direzioni.

Le strade del paese erano un asterisco intorno alla piazza Truta. Orno sapeva a che porta bussare e quante volte bussare: la notte successiva la trascorriamo in casa Burger, con il ritrovato compagno di disavventure del Parno Senior.

Marino Burger, ospite borbottante e canaglia tributaria, nottambulo perverso e re del fuggi-fuggi friggi-friggi.

 

 

 

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