Ho bisogno di condividere questa storia, perché dopo una settimana non sono ancora riuscito ad archiviarla, tanto mi ha meravigliato, divertito e lasciato incredulo. I dubbi sull’opportunità di mettere il mondo a conoscenza di questo residuo stocastico sono stati autoassolti e li elenco in calce dopo l’asterisco (*)
Come saprà chi mi segue, ho scritto un romanzo; non parlo d’altro, in effetti, in queste pagine, da un po’ di tempo a questa parte. Il libro (Respirare forte, Castelvecchi Editore) è molto bello e ve lo consiglio, come direbbe l’oste del suo vino e la mamma soja dello scarrafone. La storia del romanzo è completamente inventata ma prende spunto da numerosi fatti che mi sono realmente accaduti. Tra questi c’è una esperienza sanitaria che ho affrontato a causa di un lieve ictus ischemico occorso qualche anno fa.
Veniamo ai fatti. Giuro che quelli sono veri, i dialoghi no, non del tutto, hanno qualche inserto inventato, perché dal vivo sono impacciato, non mi vengono mai le parole, quindi ho aggiunto quello che avrei voluto dire ma non ne ho avuto la prontezza, ma alla fine cambia poco, l’atmosfera era esattamente quella che provo a raccontare.
Io e mia moglie avevamo prenotato due biglietti per un concerto di un coro di musica “a cappella”, dove canta un suo caro amico d’infanzia. Sono davvero tanto, ma tanto bravi: sono i Venice Vocal Jam. Decidiamo di ritirare i biglietti il giorno prima, per evitare di dover arrivare con largo anticipo allo spettacolo e infilarci in una lunga coda. I biglietti sono disponibili presso un negozio di floricoltura che sponsorizza l’evento e che si è offerto per questo servizio. Il negozio si trova in una posizione al tempo stessa perfetta e pessima. Perfetta perché è adiacente il cimitero (vuoi non trovar parcheggio?), pessima perché vi si accede attraverso il punto nevralgico dell’asse viario Treviso-Mestre: la rotonda tra la Statale del Terraglio e la tangenziale di Treviso. Alle 18. Di venerdì.
Individuo subito il banchetto, attendo il mio turno dietro un ragazzo e poi mi presento alle due signore per ritirare i miei biglietti.
“Signor Salvestrin, proprio lei aspettavo!”, mi dice quella di destra. L’azzurro giocoso dei suoi occhi promette l’assoluzione, qualunque sia la mia colpa, ma non senza avermi paventato la pena.
“Cosa ho combinato?”, chiedo con un sorriso, per stare al gioco.
“Eh, sapesse!”, dice quella di sinistra, che per nasconderne l’identità chiamerò l'”Amica Bionda”.
“Non si ricorda di me?”, interviene nuovamente quella di destra, costringendomi a guardarla intensamente stringendo gli occhi, come se la memoria fosse di gomma.
“Nove anni fa. Cosa è successo nove anni fa?”, chiede ancora, e a quel punto provo il sollievo di non essere accompagnato da mia moglie.
“Le dico solo che lavoro in ospedale…”, e si fa strada una intuizione a cui non voglio ancora credere.
“Qualche mese fa ho trovato in segreteria un pacchettino…”. Quegli occhi… quei capelli…
“Nooo! Dottoressa!?”.
Annuisce e ci mettiamo a ridere. Era infatti la neurologa che mi ha avuto in cura, a cui mi sono ispirato nel romanzo per la dottoressa Rossettini, nei capitoli dal titolo “Neuro numero uno”, “Neuro numero due” e (indovina) “Neuro numero tre” (bravo). Appena mi sono arrivate delle copie ne avevo lasciate un paio alla segreteria del reparto, con un biglietto di dedica e ringraziamento ai due medici. Avevo avvisato il suo collega, che mi aveva avuto in cura pure lui, con cui ho più confidenza.
L’Amica Bionda, che sa già tutto, ci osserva un po’ estranea a tutta quella meraviglia che ci assale. Si sente nell’aria l’obbligo di dire “com’è piccolo il mondo!”, come capita in tutti gli incontri imprevisti e casuali, quando l’imbarazzo toglie le parole di bocca e restano solo le frasi fatte, ma la curiosità e lo stupore era tale che ce ne siamo dimenticati.
“Beh, innanzitutto come sta?”, mi chiede.
“Come sto? Se non mi viene un infarto in questo momento non mi verrà mai più! Quindi bene, direi!”, rispondo.
Parliamo un po’ di quello che è successo dell’idea di scrivere il romanzo e della lunga via verso la pubblicazione. Poi cambia tono e mi contesta il suo personaggio:
“Devo dire, però, che non è che mi abbia descritto proprio benissimo…”. Mi giustifico dicendo che dovevo creare il personaggio, caratterizzarlo per bene. L’Amica Bionda mi viene in aiuto dicendo che “gli scrittori devono usare la fantasia, non compilare verbali”, dandomi ancora più aura. Parliamo ancora un po’, mentre preparano i miei biglietti e pago.
“Se domani sera le porto il libro non è che me lo firma?”, mi chiede a bruciapelo.
“Certo, più che volentieri!”, rispondo.
Avevo tanta voglia di continuare a parlare, di chiedere tutte quelle curiosità che mi sono venute in mente in questi nove anni, però non riuscivo a mettere ordine nelle idee e dopo che ho stretto i biglietti in mano la possibilità di togliermi dall’imbarazzo semplicemente andandomene, mi è sembrata una via di salvezza.
Sono riuscito a dire:
“Che storia! E’ pazzesco, però!”, più per dimostrare che la freddezza che credo di mostrare è solo una maschera.
“Già!”, dice lei, allargando un sorriso che copre il rumore dei suoi pensieri.
“Meriterebbe di essere raccontato in un altro libro!”, aggiungo dopo un po’.
“Naahh, troppo corto. Magari può farci un breve racconto da pubblicare gratuitamente sui social a scopo promozionale.” (ecco, per esempio questa è una frase che non è stata detta veramente ma che ci sarebbe stata bene).
Uscendo sono stato tentato di prendere un paio di fiorellini, quelli che costavano di meno, giusto per il pensiero, e portarli alle due bigliettaie che mi avevano regalato questa grande sorpresa, ma era già arrivata della gente, e che figura ci facevo, e chissà cosa penavano.
Fatalità ha voluto che quella sera stessa avessi una presentazione del libro, che mi ha coinvolto molto, e quindi per ventiquattro ore non c’ho quasi più pensato.
Arriva la sera del concerto. All’entrata dell’auditorium c’è una lunga fila che punta al tavolino della Dottoressa e dell’Amica Bionda, impegnate con la consegna dei biglietti e l’elenco dei prenotati. Noi ci passiamo a fianco e accediamo al foyer. Prendiamo posto e, mentre mia moglie va a salutare degli amici che ha intravisto, compilo il questionario di gradimento trovato sulla sedia con un anticipo ottimista e un giudizio generoso. Una ragazza nella fila di fronte si gira e chiede al tipo vestito in modo stravagante due sedie a fianco a me se è il tale che canta nel tal coro. Risponde di sì con una voce impostata che conferma l’aria da artista che dava l’abbigliamento. Capisco che qui sono tutti esperti e appassionati e cerco di soffocare la sensazione di non meritare la fila G della platea.
Torna mia moglie, il tempo di scambiare qualche chiacchiera e comincia lo spettacolo. I Venice Vocal Jam sono bravissimi, hanno vinto diversi premi in un recente concorso internazionale e sono apprezzati dal pubblico di mezza Europa. Io ero rimasto ai Neri per Caso, per dire. L’artista della mia fila canta tutti i pezzi, batte la mano sulla gamba, schiocca le dita e muove le spalle a tempo.
Si riaccendono le luci nell’intervallo, la gente si alza per andare in bagno o a fumare. Io e mia moglie ci scambiamo le impressioni su quello che abbiamo appena udito, quando nel corridoio appare lei: la Dottoressa. Mi fa un cenno di saluto, in mano ha il mio libro. Mi alzo per raggiungerla, scomodando l’artista che si deve stringere per farmi passare. Io gli chiedo scusa con un distacco regale che sa di rivincita. Prendo in mano il libro, siamo in piedi nel mezzo di una sala con cinquecento persone. E’ vero che sono tutti distratti, in questo momento di pausa, ma mi sento al centro dell’attenzione, come un attore sul red carpet a Venezia. Spero che qualcuno noti la copertina, che si legga il titolo, che ispiri qualche ricerca google sui cellulari dei presenti. Per pubblicizzarlo potrei sollevarlo sulla mia testa e passeggiare fino alla prima fila dove il presidente della provincia sta intrattenendo le altre autorità, come il prete porta il vangelo dall’altare all’ambone.
“Può farmi una dedica?” chiede la Dottoressa, e mi porge una siringa. Indugio, lei preme lo stantuffo e invece dell’ago esce la punta di una penna. Mi viene da ridere e le dico:
“Ma allora è deformazione professionale!” e lei mi risponde:
“Sa, sono i regali degli informatori farmaceutici”.
A quel punto mi tornano in mente tante cose e devo dire che no, cara Dottoressa, nel libro non l’ho descritta tanto diversa da quella che è: teatrale, spontanea, emotiva, simpatica. Mi ricordavo bene, magari lei si vede in modo diverso, ma non è mica una cosa brutta, sa?
Le presento mia moglie e le chiedo se lei canta. Mi risponde di sì, ma in un coro molto meno blasonato. Fa la volontaria in questa associazione per passione.
“Buon per loro,” dico “garantisce sempre un presidio medico”.
Si sorprende che non sia mai stato ad un concerto di questa rassegna, che si ripete da anni ed è una delle più importanti del genere in Italia:
“Lei che parla di canzoni ogni due pagine dovrebbe conoscerla. Deve assolutamente venire ai prossimi concerti!”, mi dice, a metà tra un invito e una prescrizione.
Le rispondo lasciando aperta la possibilità, ma pensando che, pur essendo meravigliato per aver scoperto questa stupenda specialità canora, il livello musicale è così raffinato che la mia sensibilità artistica non è abbastanza adeguata, e la mia carta di credito non è pronta ad adeguarla, visto il costo dei biglietti delle altre date della rassegna.
La penna scrive malissimo e per di più non ho con me gli occhiali. Le scrivo una frase del libro che mi piace molto e ricordo a memoria, con una calligrafia che ottiene vendetta di anni di ricette mediche scritte a mano.
Mi dice che è il regalo più incredibile e inatteso che le sia mai capitato e mi sembra sincera ed emozionata. Quasi commossa, ma forse mi sbaglio. Quelle parole mi hanno reso molto felice, mi hanno convinto che le sorprese belle e inattese sono il regalo più spettacolare che si possa fare. Ho sentito che di tutto ne è valsa la pena, che qualsiasi dubbio abbia avuto, alla fine ho fatto la scelta giusta, che raggiungere questa soddisfazione giustifica tanta fatica, che a volte bisogna seguire il proprio istinto anche se non si sa chi o che cosa ti appagherà, e neppure quando o come.
In un momento di lucidità le dico che la cosa più incredibile è che se non fosse stato per il libro, e per la decisione di regalarglielo, e per l’attenzione nel riconoscere il mio nome, ieri avrei preso i biglietti dalle sue mani come se niente fosse, l’uno ignaro dell’altra, e si sarebbe persa un’occasione per meravigliarsi, per guardare alla vita con stupore, si sarebbe persa un’occasione per respirare forte.
Avrei voluto aggiungere alla dedica qualcosa tipo “Se io le ho fatto una bella sorpresa, lei mi ha ricambiato in modo altrettanto bello”, ma la pagina mi sembrava già abbastanza pasticciata.
La serata prosegue con un secondo tempo ancora più intenso e coinvolgente. Come era prevedibile mi innamoro, a turno, di tutti e quattro gli elementi della componente femminile, e, più inaspettatamente, anche del basso del gruppo, un tizio simpatico a cui mi accomuna la statura, che riesce a fare dei suoni spettacolari con la voce. E’ bello farsi ammaliare dagli acuti e dalle melodie, ma ci vuole una gran bravura per tenere tutto in piedi con una formidabile base ritmica.
Dopo lo spettacolo attendiamo l’uscita degli artisti per salutare il nostro amico. La sala si svuota, i volontari cominciano a impilare le sedie di plastica che occupano questa platea provvisoria. M’incammino con mia moglie a braccetto e poco prima di uscire intravvedo la dottoressa in alto, nella penombra del corridoio sopraelevato che fa da galleria. E’ seduta con l’Amica Bionda, poggiano i piedi sopra su due sedie che hanno girato di fronte a loro. Sembrano stanche, si godono il successo della serata, lo scarico della tensione.
Penso che potrei salire le scale, salutarla ancora una volta, ma così sarebbe troppo.
Se ti è piaciuto questo racconto ti potrebbe piacere anche il mio romanzo. Si intitola “Respirare forte” ed è appena stato pubblicato da Castelvecchi. Lo trovi in tutti gli store online, ma se lo chiedi in libreria potrebbe essere subito disponibile sullo scaffale, e male che vada, ti arriva nello stesso tempo del corriere con in più il sorriso del/della libraio/a. Grazie per la pazienza.
(*) Mi faccio sempre problemi a raccontare fatti in cui sono coinvolte altre persone, anche se in fondo non ci trovo niente di male. Nel tempo mi sono creato dei criteri per capire ciò che posso diffondere, in forma anonima, anche senza un esplicito consenso: non deve offendere o denigrare nessuno, non deve fomentare odio, non devo esprimere giudizi (a meno che non sia un personaggio, evento, spettacolo pubblico).